Sull'altopiano di Asiago, nell'isola culturale Cimbra, costituita
da immigrati tedeschi del XIII secolo che parlano ancora un dialetto
alto-germanico, si racconta la storia del bimbo e del serpente:
('S Khinn un dar burm) "Una volta c'era una mamma con un bambino
di due anni giu' al piano terra dei Paolaz.
Una sera la madre diede al piccolo una ciotola piena
di polenta e latte e lo mise a mangiare seduto presso il sentiero.
Non era passato molto tempo quando la madre udì il bambino parlarte,
stette in ascolto e senti' queste parole.
-mangia anche la polenta, non solo il latte!
- Dopo di che il bambino picchio' col cucchiaio sulla testa del serpente.
la mamma rimase a guardare e si spavento', poi ando' e prese il piccolo,
ma da quel giorno non lo mise mai piu' sulla strada a mangiare."
Un padrone sposò la sua serva.
Era un'anguana ma lui non lo sapeva.
Prima del matrimonio, lei gli disse:
" Tu devi promettermi di non toccarmi mai con il rovescio della mano".
"Se non vuoi che questo...", rispose, ma non le domandò nessuna spiegazione.
Il loro matrimonio era felice e nacquero due bambini.
Un giorno il marito ritornò dal lavoro presto e la donna
stava gramolando il pane, il viso tutto sudato.
L'uomo le si avvicinò e, con un gesto spontaneo,
le asciugò il viso con il rovescio della mano.
La donna scomparve. Il poverino restò solo con i bambini.
Quando a sera tornava a casa dal lavoro,
egli trovava i figli in buon ordine e sfamati.
"Come sono bravi", pensò tra se.
" La madre li aveva tirati su bene".
E non ci fece caso per un lungo periodo di tempo.
Poi gli venne un dubbio.
"Ma chi vi dà da mangiare?", chiese loro.
" La mamma" risposero e restò pensoso e muto.
Voleva conoscere la verità, ma aveva paura di scoprire quello che temeva.
Un giorno si decise e domandò ai bambini:
"Ma dove si nasconde la mamma?"
"Sotto una pietra! "
La curiosità lo spinse, un giorno, a tornare a casa prima del solito.
Voleva vedere sua moglie, scoprire questo mistero.
Apre la porta, d'improvviso, e subito vede un serpente che saliva
sulla pietra del secchiaio e cercava di uscire dal buco.
Istintivamente gli fu addosso e con un legno l'uccise, come si fa in
simili casi e da quel giorno, trovò sempre i figli spettinati,
pieni di fame e la casa in disordine.
Mostri marini nel golfo di Terracina
Nel libro XXVII di Tito Livio al capitolo nr.4 si narra che durante
la seconda Guerra Punica il Console Marcello incalzava continuamente Annibale,
il quale desisteva da ogni scontro ritraendosi e rifiutando la battaglia.
Quel tempo coincideva con la fine dell'estate e con l'inizio della campagna
elettorale finalizzata, tramite comizi, all'elezione dei nuovi consoli.
Ecco che vennero in Roma dei messi del re Siface il quale riferiva che
era propenso ad essere alleato di Roma e che non considerava
lontanamente un alleanza con Cartagine.
Da qui scaturirono una serie di convenevoli ove Roma,
colta in senso positivo dalle lusinghe, mandò i suoi rappresentanti
da Siface con altrettanti regali. Tito Livio, a questo punto enuclea
una serie di eventi straordinari che porteranno i Pontefici delle religioni
in voga ad allora ad una serie di sacrifici di animali adulti
e ad un intero giorno di solenne preghiera in Roma.
Tra questi eventi straordinari egli riferisce che sul mare di Terracina,
non lontano dal porto, serpenti di mirabile grandezza si erano messi
a danzare come fanno i pesci quando scherzano. Ecco che viene riconfermata
la comune credenza popolare che l'area era considerata ancora a quei tempi
generatrice di fenomeni mitologici. Di questi possiamo dire che la forza
preponderante della natura abbinata a periodicità che rendevano
impraticabile parte delle ex Paludi Pontine rappresentavano
una giusta miscela per avvalorare tesi fantastiche.
Volendo credere a quanto riferito e considerando la stagione in atto,
possiamo asserire che di serpenti di mirabile grandezza che danzino
sulla superficie delle acque non se ne conosce l'esistenza salvo una
specie che arriva massimo a 4 metri e che vive nel mezzo di banchi
melmosi a medie/alte profondità ma, la sua dimensione di sezione è
talmente ridotta tanto da sembrare una lunga e fina frusta da carro e,
comunque, caratterizzato da abitudini di superficie.
Pertanto ecco che si potrebbe dare un'interpretazione mitologica voluta
per avvalorare alcune scelte politiche ed allo stesso tempo di valenza allegorica.
Quasi sicuramente i serpenti possono essere individuati in branchi di delfini
che segnalano la presenza di altrettanti branchi di tonni o che preannunciano
il passaggio dei grandi cetacei. Ancora oggi, le balene, passando al largo
di Terracina vanno verso il promontorio del Circeo per doppiarlo in località Punta Rossa.
Questi seguono le correnti favorevoli che li porteranno nel mar ligure.
La narrazione di T.Livio sembrerebbe che si debba vederla alla luce del fatto che la Roma politica,
pur apprezzando la proposta di Siface volle avere una conferma anche da un largo
consenso popolare (viste le imminenti elezioni di nuovi consoli), cosa che poteva
ottenere solo con l'aiuto dei pontefici religiosi e per far ciò questi addussero,
quali segni divini di tale volere, alcuni fenomeni che in realtà erano artificiosi
o comunemente spiegabili, ma non per la gente del popolino. Come dato storico è la
riconferma dello stretto connubio tra politica e religione.
IL CIARALLO
"Ciarallo" era il settimo figlio maschio, che pare avesse il potere
di incantare e richiamare i serpenti, dai cui attacchi era immune.
Non bastava semplicemente essere il settimo fratello,
ma occorreva un apposito rito d'iniziazione: "l'inciaramazione".
Si faceva ricorso al Ciarallo quando un serpente entrava in casa e si racconta che puntualmente
il rettile accorresse da lui non appena questi fischiasse.
Altro compito sociale del Ciarallo era quello di "inciaramare" gli altri,
cioè spalmare un po' di speciale unguento, con tanto di ricetta segreta,
sul braccio di chi ne faceva richiesta, in modo da garantire protezione dal morso dei serpenti.
Facevano particolare ricorso a questa protezione i bambini, portati dal Ciarallo dalle mamme.
Montenero ha avuto il Ciarallo fino ai primi anni '80,
da allora non è più nato un settimo maschio,
oppure non ha seguito la procedura di "inciaramazione" e quindi non ha avuto i poteri.
Nella foto sulla tomba è possibile ammirare il Ciarallo con diversi serpenti
avvolti intorno al collo.
E' un'immagine sconcertante, forse capace di convincere anche gli scettici?
Una spiegazione razionale.
Dalla foto appare in modo inequivocabile che
il Ciarallo aveva uno speciale rapporto con i serpenti,
ma una domanda sorge spontanea: c'era almeno un rettile velenoso?
Certamente no,com'è possibile vedere si tratta di semplici e innocue bisce,
seppur disgustose per la maggior parte delle persone.
Proviamo ad immaginare che ad un bambino viene mostrato un serpente
in qualità di animale da compagnia, anzichè il solito gatto o cane.
Crescendo il fanciullo non avrà certo paura dei rettili, anzi imparerà ad acchiapparli
e maneggiarli e, soprattutto, a riconoscere l'unica specie velenosa chevive da queste parti,
la vipera; forse nel rito dell'inciaramazione veniva insegnato proprio questo al piccolo:
riconoscere l'unico serpente da non maneggiare.
Chi non è convinto provi ad andare a Cocullo (AQ) prima della celebre festa dove tutti
gli abitanti del paesino maneggiano con disinvoltura serpenti, e chieda se sono tutti "inciaramati".
ROSSANO D'ANTONIO
cronista de Il Quotidiano del Molise e co-curatore del sito internet
www.monteneronline.it
SBARZO
…serva, tu sei esperta di veleni. Lo so. Tu sei dei Marsi.
Porti il nome della montagna amara. E ieri sera vidi il padre tuo che ti cerca,
che ti richiama col sufolo di canna. È un ciurmatore di vipere.":
cosi Gigliola De Sangro descrive la matrigna luchese "Angizia Fura"
nella massima tragedia dannunziana "La fiaccola sotto il moggio",
mentre il "serparo" di Luco, padre di Angizia, recandosi dalla stessa Gigliola
le indica il sito della città fucense e l'atmosfera di mistero che vi si respira,
"Sopra Luco evvi un monte erto e serposo nomato Angizia, come la matrigna tua;
dove salgo per far preda. E v'era una città, nei tempi, una città di re e indovini.
E sonvi le muraglie di macigni ed i tumuli di scheggioni pel dosso.
E quivi su, cercando in luogo cavo, trovai d'intorno ad un ossame tre vasi di
terra nera coperchiati.
E nel primo trovai farro, nell'altro fiàcini d'uva e tritoli di fave,
nel terzo queste cose che ti dono."
(D'ANNUNZIO 1905).
SERPENTI E MUCCHE:
UN ANTICHISSIMO MOTIVO LEGGENDARIO ANCORA IN VITA
Nelle valle alpine si racconta che le serpi o le vipere mungano le mucche
quando sono al pascolo...e questo sembra piacere ai bovini al punto che
ritornano sempre sul luogo dove possono incontrare il rettile.
Il d'Annunzio dimostra di conoscere bene le tarde tradizioni marse e le leggende
del popolo luchese dopo che il prosciugamento della seconda metà dell'800 aveva
messo fine all'ambiente che le aveva elaborate: un tenace ricordo che verrà
ulteriormente segnato dal terremoto del 13 gennaio del 1915. Da guerrieri e pescatori
secolari ormai i Luchesi avevano dismesso armi e remi ed erano diventati dei malcontenti
agricoltori al servizio di Torlonia: lo "spirto guerriero" era rimasto e sui focolari
domestici ancora i vecchi raccontavano ai loro nipoti le leggende sulla dea Angizia,
sui serpenti e sulla fine della città "sepolta" da un terremoto.
Nella memoria collettiva luchese Angizia, la dea principale del mondo marso,
viene identificata come divinità dei serpenti, il tutto in base ad una supposta
"tradizione" voleva il termine Angizia collegato ad anguis, al serpente.
Questo errato rapporto etimologico creato in epoca romana e diventato canonico
successivamente è stato alla base delle numerose leggende locali sulla dea,
sulla fine della città antica e dell'abbandono dell'insediamento medioevale.
I recenti studi e il riesame delle iscrizioni dedicate alla dea italica fucense
hanno permesso di tratteggiare un aspetto più scientifico della divinità e
di sfatare le leggende, non popolari ma create da dotti locali in età umanistica.
Si deve ai Di Nola, Letta e Luschi, la reale figura della dea marsa a cui era dedicato
il santuario posto nell'interno della città di Anxa-Angitia.
Essa appare come la "Signora dei Morti", A(n)ctia, una divinità funeraria
connessa con il ciclo solare e con la mancanza della luce.
Non a caso essa è stata messa in rapporto con la greca Persefone e la Proserpina romana per
i suoi caratteri funerari. Dalle iscrizioni risulta essere strettamente collegata a Demetra
greca e Cerere romana, mentre in ambito italico viene associata a Vesuna (la Cerere italica).
I suoi figli sono gli Angeti o Dis Angitibus, gli Antenati divinizzati,
numi tutelari dei santuari in grotta fucensi e dei morti. A Roma è onorata col nome di Angerona,
una divinità collegata alla mancanza della luce che si verifica al momento del solstizio
d'inverno e precisamente al 21 dicembre, giorno in cui cadevano la feste
congiunte dei Divalia e Angeronalia.
La presenza di Angitia a Roma è spiegabile come apporto cultuale safino
(sabino) al mondo latino di età arcaica;
non dimentichiamo che fra i primi re di Roma ci sono dei Sabini di chiara origine abruzzese.
Il suo culto è testimoniato da numerose iscrizioni rinvenute a Luco, Civita d'Antino, Isernia,
Trebula Mutuesca in Sabina, a Gubbio in Umbria e Sulmona e Valle Peligna: appare inoltre con
il nome di futrei kerriia nel rituale di Agnone nel Molise. Ad essa appaiono collegate
le numerose mascherine rettangolari con raffigurazione di volto umano rinvenute
nei santuari dell'Italia centrale di cultura safina (sabina) a cui i Marsi appartenevano.
La produzione di queste mascherine fittili funerarie era concentrata nel santuario fucense
di Luco con ampia diffusione, come già detto, in tutto l'ambito italico-centrale.
Non possediamo raffigurazioni sicure relative alla dea, anche se è possibile che la
"chimera" rappresentata nei dischi-corazza arcaici di produzione fucense, portati dai re safini,
sia collegata ad essa. E' probabile che in età romana, visti gli accostamenti mitologici con Medea,
Circe ed i serpenti, sia stata onorata con vere e proprie statue di cui non siamo,
allo stato attuale delle nostre conoscenze, in grado di dare ipotesi di rappresentazione.
In complesso la dea, con il suo santuario principale ed il suo bosco sacro ("Lucus Angitiae") di Luco,
appare come una delle più antiche ed importanti divinità italiche,
divinità fondamentale per la comprensione dell'ethnos marso ed italico.
Le leggende di Sant'Eldrado
Tra le leggende legate all’abbazia della Novalesa, ci sono quelle dedicate ad Eldrado,
un monaco realmente esistito in onore del quale, nel 1240,
il savoiardo Giovanni delle Scale edificò una chiesetta ancor oggi in buon stato di conservazione.
Eldrado come il pifferaio magico
Si racconta di come Eldrado avesse un grande ascendente sugli animali,
proprio come il pifferaio magico di Hammelin della fiaba.
Per questa sua peculiarità alcuni monaci, inviati Oltralpe per dissodare dei terreni,
lo chiamarono in loro aiuto. Quei territori, infatti, erano infestati di serpenti
e i poveri monaci erano spaventai a morte.
Eldrado intervenne prontamente e, servendosi del suo bastone da pellegrino,
ordinò ai serpenti di seguirlo.
S’inoltrò così nell’impervia regione seguito da quello strano corteo strisciante fin quando
non giunse ad una grotta profonda:
qui obbligò i serpenti ad entrare con l’ordine tassativo di non uscirne mai più,
e da quel giorno i monaci poterono continuare il loro lavoro indisturbati.
Eldrado e la vipera
A conferma della dimestichezza che S. Eldrado aveva con le serpi, ecco un’altra storia
che ha per protagonista una vipera.
Due bambini pascolavano le mucche nella zona di Saruel,
si sdraiarono vicino a dei massi di pietra e di lì a poco si addormentarono.
Quando uno dei due si svegliò si accorse che l’amico aveva una vipera arrotolata in bocca,
forse attirata dal profumo di latte che questi aveva bevuto.
Terrorizzato prese l’amico sulle spalle e lo portò a casa.
La madre del fanciullo, dopo lo spavento iniziale, non si perse d’animo,
prese il fanciullo lo avvolse in panni caldi e lo portò
nella cappella di S. Eldrado nell’Abbazia e qui pregò a lungo il santo.
E il santo la esaudì: di lì a poco la vipera scivolò fuori dalla bocca
del bambino liberandolo dalla sua mortale presenza.
Una fontana miracolosa
Un’altra leggenda è legata alla fontana che si trova ancora oggi nel parco
dell’abbazia di Novalesa accanto alla cappella dedicata a S. Eldrado.
Per raccontarla occorre risalire ad un tempo lontano quando sul borgo
di Novalesa si era abbattuta una tragica carestia;
l’abate Eldrado non fece attendere il suo intervento:
impugnato il solito bastone da pellegrino toccò un masso e immediatamente
sgorgò uno zampillo di olio di oliva purissimo.
Tutti gli abitanti di Novalesa corsero alla fonte per fare provviste
e ringraziare il monaco benefattore, ma alcuni monaci furbastri videro in
quel miracolo il modo di far soldi senza fatica e si misero
a smerciare quell’olio prezioso.
Eldrado se ne accorse e trasformò così quella sorgente d’olio in una normale fonte d’acqua.
Un sonnellino lungo tre secoli
C’è ancora una favola che vede protagonista il santo di Novalesa ed è quella legata ad
una nicchia in pietra nel parco dell’abbazia dove si dice che Eldrado si addormentò
in un lungo sonno. Si narra infatti che il monaco fosse solito inoltrarsi nel bosco,
intorno al monastero, per meditare; giunto vicino ad un grosso masso si incantò
ad ascoltare il canto di un usignolo, si accomodò in una nicchia in pietra e,
rapito da quel cinguettio melodioso, si addormentò.
Risvegliatosi fece ritorno all’abbazia ma giunto in portineria
il padre guardiano non lo riconobbe.
Eldrado cercò di insistere ma inutilmente, anzi, i confratelli sopraggiunti lo cacciarono.
Solo più tardi, consultando i documenti dell’abbazia,
i monaci si accorsero che anni prima era vissuto tra quelle mura un abate di nome Eldrado
molto amato dai confratelli e dalla gente del luogo, ma vissuto ben trecento anni prima:
il sonnellino del santo era durato tre secoli.
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